I Personaggi

 

 

Don Enrico Tazzoli (1812-1852)

tazzoli

« Belfiore, oscura fossa d'austriache forche.... » (Carducci)

Il 1848 fu l'anno che scosse le menti intorpidite dal servaggio. Dopo di quello, ognuno si convinse che lo spavento eretto a sistema era una prova di debolezza, un riflesso di paura. Le insurrezioni pullulavano qua e là per tutta Italia a destare gli animi ignavi, mentre la reazione dei dominatori stranieri si manifestava più disumana : estorsioni, persecuzioni, vendette, condanne, supplizi, colpirono da tutte le parti gli italiani.
Ma l'amor di Patria non si affievolì.
Sulle forche degli spalti di Belfiore, il 7 dicembre 1852 spirava, fra gli altri, giustiziato dagli austriaci, un sacerdote quarantenne, reo soltanto d'aver amato la Patria e di aver lottato e sofferto per restituirle la libertà. Quel Sacerdote è un Cannetese di origine, un Goitese d'adozione, è Don Enrico Tazzoli.
Goito intende colmare una grande lacuna ricordandolo alle generazioni presenti e future quale fulgida personificazione degli ideali sublimi di fede e di patria.
In Canneto sull'Oglio nacque Don Enrico Tazzoli il 19 aprile 1812, da Pietro e dalla nobildonna Isabella Arrivabene. Il padre era Avvocato, di sentimenti retti e austeri, di famiglia oriunda dal trentino, ma poi stabilitasi nel mantovano, a Guidizzolo. Fu giudice conciliatore, o giudice di pace, come si diceva allora, di Canneto, dal 1808 al 1812. Il 1812, anno in cui nacque Enrico egli era stato nominato giudice di Goito, dove poi morì a 63 anni il 2 ottobre del 1847. Non fu quindi testimone delle sofferenze del figlio. A Goito, in qualità di giudice di pace, lasciò una impronta duratura fondata sulle basi della giustizia e della carità. Moriva nell'ottobre del 1847 e fu sepolto nel cimitero locale, con imponenti funerali. Della sua tomba non ne rimane traccia, es
sendo scomparso il vecchio cimitero vicino alla chiesa.
Dalle « Memorie autobiografiche » che Don Enrico scrisse nel 1852, a 40 anni, pubblicate a brani dal Cantù nella « Collana di storie e memorie contemporanee », abbiamo le notizie della sua prima gioventù. Sono confessioni dell'anima, scritte poco tempo prima degli avvenimenti di cui fu vittima, nelle quali egli stesso ci fa le confidenze dei suoi giovani anni. In quelle pagine « il candore della sua indole, la santità dei suoi propositi, attingono nuova luce da ogni più trita circostanza ».
Ne riportiamo i tratti più salienti per dimostrare quanto influsso abbia esercitato l'ambiente goitese sulla sua educazione giovanile : "la mia vivacità ingenua, mi fece amato a tutti del paese di Goito, ma fra i miei benevoli, non sarà mai che dimentichi Antonio Venturi : io ero proprio padrone in casa sua. Egli era ansioso di vedermi chierico, ma morì di apoplesia ai 3 di febbraio 1825; la sua morte fu per me una vera perdita. Assai mi amava il vecchio Domenico Menegari e non era mai che io mi recassi al suo negozio di droghiere ch'egli non mi regalasse qualche cosuccia, regali però che non erano le maggiori dimostrazioni di affetto. Anche il buon curato Don Cesare Casali pose a me particolare dilezione e chierico, continua Don Enrico, mi rimasi in Goito dall'epoca della mia vestizione, cioè dalla Pasqua 1825, fino al giorno di Ognissanti di quell'anno".
— Nel novembre 1825 fu condotto a Mantova perchè frequentasse la scuola del seminario; se non che, come esternista, dimorante presso la famiglia Tognetti, trasse poco profitto dagli studi. Fortunatamente il tempo fu breve e fu iscritto per gli studi liceali nel seminario vescovile di Verona, dove abitava il fratello avvocato Silvio. A Goito ritornava ogni anno per le ferie autunnali. Nel novembre 1825, rientrava nel seminario di Mantova per il corso di Teologia e mentre il padre continuava l'attività in Goito, la sua famiglia si ristabiliva in via Torre dello Zucchero, ora Tazzoli.
Il 19 aprile 1835, compiuti con lode non comune gli studi sacri, dopo due anni di attesa, perchè troppo giovane, venne finalmente consacrato Sacerdote.
L'ideale sublime che a Goito gli era brillato nella mente bambina, a Goito, sotto le cure di Don Barosio e di Don Casali che aveva nutrito e accarezzato, era ora consolante realtà.
Le sue doti singolari gli avevano conciliato la simpatia e l'ammirazione più viva della cittadinanza mantovana, ma non quella della polizia austriaca, che teneva d'occhio il giovane Sacerdote, già noto per i suoi sentimenti patriottici.


DON TAZZOLI, CITTADINO, PATRIOTA E MARTIRE

Belfiore, ara di martiri (Carducci)

Il confortatore Luigi Martini, Canonico, Teologo e Rettore del Seminario, in una lettera (20 dicembre 1852) ai Sacerdoti della città e Diocesi di Mantova, scriveva :
« Le parole dell'uomo proferite negli ultimi momenti della sua vita sono sempre rispettabili, e specialmente se riescono istruttive e benefiche... Io sono nel caso. Il Sacerdote Don Enrico Tazzoli, Professore di filosofia e di storia universale in questo Vescovile Seminario, presso a rendere lo spirito a Dio : « Mio Martini — disse — vi prego, non mancate di raccomandare a tutti i Preti, che non s'impiccino menomamente nelle faccende Politiche e che siano più fervidi in chiesa ».
Non c'è dubbio che tanto le parole di Tazzoli come il commento di Mons. Martini richiamano una esigenza di condotta che armonizza con la massima : « Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio ». Non di meno, non ci permettono di offuscare la fulgida aureola che recinse il capo del nostro eroe o di sminuire le sue benemerenze di cittadino. Non intendiamo abusare, come molti hanno fatto, delle parole martirio e martire. Ma è certo che l'amor di Patria è un dovere di religione e quindi la morte per la Patria, incontrata liberamente e per amor di Dio, ha in sè qualche cosa che l'avvicina al martirio. Tale fu la morte di Don Enrico. Egli amava l'Italia; non ne faceva mistero. I suoi genitori gli avevano istillato in cuore questo amore fin dai primi anni : a Goito, poi, per il contatto con pensatori italiani e con l'amico Chierico e poi curato Don Giuseppe Ottonelli aveva nutrito profondi sentimenti per la causa nazionale.
Il 3 gennaio 1850, con parole infuocate di entusiasmo, così parlava dalla cattedra :
« Possa l'Italia riscuotersi dall'inerzia che la intorpidisce e, confidando in se stessa, imparare la santità del sacrificio e l'operosa pratica del dovere ! Riconquisti la Patria nostra la virilità e la purità dei costumi, ed allora, sicura di sè, invincibile da quel lato, essa cesserà di levare inquieta la testa sull'orizzonte, del punto donde ha da venirle salute. Essa avrà salute nella propria fede, e nella risoluzione irremovibile che ognuno dei suoi figli dovrà fare, di morire, occorrendo, per essa : Io spero nell'avvenire !... giovani, liberatevi dalle chimere, dai fantasmi, dai cadaveri che oggi in Italia scimiottano la vita, vivete con tutte le facoltà dell'anima vostra, vivete come Dio comanda, ed allora progrediremo al pari degli altri paesi; siamo fratelli e non delatori, insegnatovi e non padroni, ed allora, allora soltanto, avremo una Patria e non una prigione ».
Queste parole dovevano far breccia negli animi, per cui non si tardò a scendere al concreto, a far formulare chiaramente l'ideale giobertiano di una Confederazione Monarchica Italiana con a capo il Sommo Pontefice. Pensiero supremo era la liberazione della patria. Il 2 novembre, giorno sacro ai trapassati, si scossero i morti, si iniziarono i convegni clandestini nel palazzo dell'esule patrizio mantovano, Marchese Livio Benintendi, in via Chiassi n. 6, presso il suo amministratore Ing. Attilio Mori. Si formò il comitato presieduto da Don Enrico Tazzoli, composto di 21 persone. Segretario era Luigi Castellazzo, figlio del Commissario austriaco di Polizia. Don Enrico Tazzoli ne teneva il registro famoso e la contabilità. Seguirono altri convegni; si discussero numerose proposte, fra le quali il piano di liberare Mantova, ritenuta la chiave d'Italia.
Non mancò la discordia, antica colpa degli Italiani, a dividere il campo, ma Tazzoli fu l'anima e il perno di quei convegni. Banditore di pace, di concordia, di amore, tutto doveva sacrificarsi per raggiungere il nobile fine : nulla gli parve troppo.
Si allacciarono, per mezzo di Giuseppe Finzi, relazioni con Giuseppe Mazzini esule a Londra, si diffusero le cartelle del prestito Mazziniano per raccogliere i fondi necessari. Il Comitato Mantovano si manteneva in contatto con Comitati e Circoli subalterni in Provincia e con Comitati di altre province.
Tazzoli doveva registrare tutti i proventi della vendita delle cartelle del prestito, che venivano introdotte da Londra per la via di Genova, Pavia, Milano, Mantova. Il timbro del Comitato portava i motti : Italia e Roma, Dio e Popolo.
Il registro, che ora si trova nel museo del Risorgimento a Mantova, restituito dall'Austria dopo la guerra del 19154-1918 era intempretato con un cifrario convenzionale, noto soltanto a Tazzoli, a Cervi e Castellazzo. La chiave ne erano le 245 lettere del Pater Noster; e del carteggio con Mazzini il verso dantesco : « Per me si va nella città dolente »..
Il Comitato, oltre la diffusione del prestito e l'incasso relativo, propagandava libri e giornali patriottici, diffondeva proclami che venivano letti con la febbre dell'entusiasmo, ventilava piani strategici più o meno realizzabili, preparava armi per la riscossa, sì che il fremito suscitato per magnetismo di comunione, faceva sperare prossimo l'istante del cimento. La polizia austriaca, però, vegliava e il segreto della congiura, mantenuto per un anno e più incominciò a trapelare per la viltà di qualche affiliato.
I rigori e la sorveglianza si intensificarono. A Goito la polizia chiese le più « ingenue e precise informazioni sotto i rapporti politici e morali » dei seguenti individui : Rocca Giuseppe e Pedrazzini Giuseppe di Solarolo; Pasini Gaspare e Cavalieri Giuseppe di Goito; Nicolini avv. Gianbattista di Brescia; Mutti Bernardo di Guidizzolo; Solferini Don Giovanni di Solarolo.
A Castiglione delle Stiviere in casa di Luigi Pesci viene scoperta una cartella del prestito che il perquisito, tradotto a Mantova, confessò d'aver avuto da Don Ferdinando Bosio, professore del Seminario. Questi a sua volta, canta e rivela sotto la tortura, i membri del Comitato, e primo fra tutti, Don Enrico Tazzoli. Questi, sollecitato a fuggire e a mettersi in salvo, dopo aver egli stesso accompagnato al confine modenese l'Acerbi la settimana precedente, volle invece, eroicamente, rimanere in Mantova.
Era la sera nebbiosa del 27 gennaio 1852. Don Enrico Tazzoli stava conversando amabilmente con i suoi, non nascondendo un triste presentimento, quando la polizia austriaca piomba in casa; il Commissario Filippo Rossi ne sequestra la corrispondenza di Parigi e di Londra e si impossessa del famoso registro, il quale era ordinariamente custodito fuori di casa in via Stabili presso la famiglia Urangia e, in quel giorno fatale, invece, si trovava proprio presso Don Enrico Tazzoli. Quello sgherro ordina l'arresto e i gendarmi traducono il Sacerdote, tra i singhiozzi della madre e dei congiunti, nelle carceri del Castel S. Giorgio.
Non bastano le carceri di Castello; si apre l'orrida muda della Mainolda. La situazione precipita. Il dramma sta per avere un epilogo tragico. Ai detenuti, specialmente ai più cospicui, poteva applicarsi il verso Dantesco : « Lasciate ogni speranza, o voi che entrate ».
In un primo consiglio di guerra, tenuto a Verona il 3 novembre 1852, furono pronunciate 10 sentenze di morte, facendo sperare, ad arte, che sarebbero commutate. Le sentenze di morte poi furono confermate dal Maresciallo Radetzky per i cinque prigionieri : Don Enrico Tazzoli, Scarsellini, Bernardo de Canal, Giovanni Zambelli e Carlo Poma.
I cittadini condannati a morte con sentenza pubblicata il 4 dicembre e da eseguirsi il 7 dicembre 1852, furono condotti dalle carceri di Castel S. Giorgio a quelle di S. Teresa (ora via Mazzini), ove si iniziò il confortatorio. I Sacerdoti assistenti furono cinque: uno per ogni condannato. Fra di essi, naturalmente, non poteva mancare l'angelico Don Luigi Martini, scrittore del Confortatorio. All'alba del 7 dicembre 1852 sul piano di Belfiore sorgevano cinque forche. Il nostro martire esortò i suoi compagni a morire da forti; pregarono mentre si leggeva la sentenza. Cominciò la tremenda esecuzione. Primo di tutti a essere strozzato fu Zambelli, poi Scarsellini, poi Tazzoli, Canal e da ultimo Carlo Poma. Questi eroi, santificati tutti dall'ora suprema, morirono tutti da forti, mandando all'Italia il loro ultimo saluto.

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