I Personaggi

Goito presenta innumerevoli personaggi famosi che si sono avvicendati nella storia, ecco qui a fianco un elenco dei più famosi.


 

Poma Visconti (XI Secolo)

A trapuntare l'ambito del firmamento storico goitese brillano alti astri attorno a Sordello.
Una memoria antica, dopo aver narrato le origini gotiche del paese, continua : « comunque Goito anticamente fosse meno popolato che ai nostri giorni con tutto ciò mobilitarono illustri uomini, imperrocchè la gloria degli uomini dei luoghi, non è dalla cifra degli abitanti misurata. Suo primo splendore fu la famiglia Visconti. Di essa nacque certa Poma, che fondò in Mantova, un monastero di Suore Benedettine, e quivi, in odore di santità, si morì ». Pur non potendo precisare l'anno di sua nascita, è lecito affermare, con ogni probabilità, che essa visse a cavaliere del secolo XI.
Di fatti appartenne al nobile Casato Visconti che, per ora, le indagini storiche non dicono imparentato con quello di Milano. Anzi, i documenti dell'epoca, sembra lo escludono, poiché i Visconti in parola erano nobili mantovani e avevano, secondo il Davari, case nei pressi del Duomo ; possedevano, secondo un documento pubblicato dal Carreri, terreni sul Goitese. Di modo che quando il Comune di Mantova rivendicò la custodia del ponte di Goito, vi mandò dei suoi Arimanni, detti Signori o Clochis, i quali costituirono la seconda consorteria. Tra le famiglie di Arimanni ci fu quella dei Visconti. La nostra Poma sposò Guido Visconti, ma rimase vedova in giovane età. La sua pietà evangelica la spinse a darsi generosamente a Dio : nell'anno 1100 a Mantova, convertì un suo palazzo con un attiguo terreno in monastero, fabbricandovi nel suo interno una cappelletta. Ivi si ritirò con altre compagne vivendo vita umile e penitente sotto la regola benedettina. Morì nel suo ritiro l'anno 1105, in concetto di santità. Nel 1499 sulla cappella venne fabbricata una chiesa più ampia sotto il titolo di S. Giovanni Evangelista, detto delle Carrette. Il convento fu abitato dalle monache benedettine fino all'anno 1797 quando furono costrette a lasciare la loro vecchia residenza per ritirarsi, in via provvisoria, nel convento e chiesa di S. Cristoforo.
Questi i brevi cenni intorno alla vita di Poma Visconti. Per ora non ci è dato conoscere altro.

 

Sordello da Goito (1199 circa -1269)

sordello"Buon cantore e buon musico, uomo di persona avvenente e incline alle avventure d'amore" lo definisce una "Vidas" del tempo. Carducci, secoli dopo, dichiara: "Fra gli italiani che poetarono in provenzale il più insigne o, se vogliamo, il più fortunato è Sordello da Mantova, uno di quei poeti che fan risplendere come sole tutto ciò che toccano, un di quei il cui canto vince di mille secoli il silenzio".
Il poeta trobadorico Sordello è nato a Goito, in località Sereno e viene ricordato da Dante nella "Divina Commedia" dove, nel VI Canto del Purgatorio, si legge dell'incontro con il sommo poeta Virgilio. Della creazione sordelliana non è giunto molto a noi: una quindicina di liriche, diverse canzoni ed inoltre il poemetto "Ensenhamens d'onor" ed un "Compianto" in morte di Blacatz, tradotto quest'ultimo in varie lingue e, allora, diffusissimo.
Moltissimi scrissero di Sordello ma soltanto tre hanno lasciato cose rilevanti e complete: Cesare de Louis nel 1896, Giulio Bertoni nel 1938 ed il nostro concittadino Emilio Faccioli la cui opera, davvero pregevole, ha visto la luce nel 1994 ed è stata il fulcro dei festeggiamenti con i quali Goito ha onorato Sordello, le cosiddette "Manifestazioni Sordelliane".

Documenti

La vita di Sordello
Le opere di Sordello
Il Sordello dantesco


 

Andrea da Goito (1350)

Verso il 1350, al tempo dei primi Gonzaga, spicca un'altra nobile figura : Andrea di Goito, chiamato così dal suo luogo natale. Segretario del primo Capitano di Mantova e Vicario Imperiale Luigi Gonzaga, ebbe parte non lieve nei negozi di quegli anni, pieni un tempo di grandi fatti e di grandi colpe. Nell'ottobre del 1354, come narra il Donesmondi, venne a Mantova Carlo IV imperatore di Germania e Re di Boemia. Ricevuto con grandi onori dai Signori Gonzaga e da Ruffino, per assecondare la sua pietà volle adorare il preziosissimo sangue. Notte tempo, per non eccitare tumulto in città, prese con sè Ludovico e Francesco Gonzaga, figli di Guido, il Capitano di Mantova, l'Abate Lorenzo di S. Andrea, il sagrista ordinario e Andrea di Goito, protonotario apostolico, consigliere segreto dei Signori Gonzaga, e poeta elegantissimo presso l'Imperatore. Rinchiusisi in chiesa con i muratori necessari, ruppero il pavimento di sopra dal lato destro dell'altare Maggiore ; l'Abate vi discese e portò su la cassetta, già riposta nell'altare con le reliquie del preziosissimo sangue. Carlo IV volle gli fosse aperta anche l'arca di S. Longino per portar seco in Boemia l'osso del braccio destro e parte della spalla. Il nostro Andrea fu testimonio oculare di tale fatto e complice di questo furto non troppo gradito ai mantovani.
La sua fama di valente poeta gli procurò stretti rapporti di amicizia con il Petrarca. Tra gli ambasciatori dei Visconti e di altri principi italiani che si recarono a parlamentare con Carlo IV sull'inizio di dicembre dell'anno 1354 c'era anche il Petrarca, il quale si trattenne in città per otto giorni e regalò a Luigi Gonzaga alcuni preziosi manoscritti. Andrea condusse l'amico anche a Goito, nelle tenute gonzaghesche, dove il calore di Laura poteva trovare il riflesso della sua amena Valchiusa e dell'impetuoso suo Sorga. E' probabile che Andrea, data la grande stima che egli godeva presso il Papa e l'Imperatore sollecitasse all'amico l'ambita incoronazione di poeta in Campidoglio.


 

 

Vittorino da Feltre (1378)

vittorio da feltreIl Rinascimento e l'Umanesimo sono stati accusati troppo ingiustamente di essere stati pagani. Gli studi più recenti hanno dimostrato che vi è molta esagerazione in ciò. Di fronte ai paganeggianti, i quali, peraltro, non rinunziavano del tutto alla loro fede, fiorì un'eletta schiera di cultori dell'umanesimo cristiano. Tra questi, rifulge di una luce superiore Vittorino de' Rambaldoni, detto da Feltre, dalla patria dove nacque verso il 1378.
Egli amò intensamente lo studio, ma non potendo contare sull'aiuto dei poveri genitori, si procurò i mezzi con uno sforzo ammirabile di volontà.
Venne chiamato a Mantova dal Marchese Gian Francesco Gonzaga per educare i figli. Vivendo alla Reggia dei Gonzaga il Rambaldoni ebbe rapporti con Goito che furono di ordine tecnico. A Goito dove il Marchese aveva ordinato la simmetrica costruzione del Castello e dell'annesso paese, la fece da ingegnere (1430-1445). L'attuale disposizione del paese data da quest'epoca...
I progetti per le opere di fortificazione del castello, del ponte di pietra sul Mincio, per la costruzione del canale Naviglio, le cui acque staccandosi dal Mincio sotto le mura dello stesso Castello sarebbero andate a sboccare nel luogo detto Mappello, presso le Grazie furono tutti prospettati da lui al Marchese. Potremmo dire che se anche il canale fu costruito verso il 1460-1461 dall'architetto e l'idraulico Giovanni da Padova, il merito fu e rimarrà sempre dell'ideatore, il quale alle doti di studioso, univa un profondo senso pratico. L'illustre Rambaldoni, benemerito anche di Goito, morì povero a Mantova il 2 febbraio 1446 ; tanto povero, che tutto il suo e quello che gli veniva dalla munificienza dei Gonzaga, aveva profuso per i suoi scolari e in opere di beneficienza. Una cosa, tra le altre, è certa : Vittorino da Feltre lasciò qualche cosa di sé a Goito, cioè la fama di aver ideato e compiuto opere e costruzioni imponenti, alcune delle quali sfidano e sfideranno i secoli. Al suo nome, il Comune di Goito, ha intitolato la Scuola Primaria di Goito Capoluogo.


 

 

Don Enrico Tazzoli (1812-1852)

tazzoli

« Belfiore, oscura fossa d'austriache forche.... » (Carducci)

Il 1848 fu l'anno che scosse le menti intorpidite dal servaggio. Dopo di quello, ognuno si convinse che lo spavento eretto a sistema era una prova di debolezza, un riflesso di paura. Le insurrezioni pullulavano qua e là per tutta Italia a destare gli animi ignavi, mentre la reazione dei dominatori stranieri si manifestava più disumana : estorsioni, persecuzioni, vendette, condanne, supplizi, colpirono da tutte le parti gli italiani.
Ma l'amor di Patria non si affievolì.
Sulle forche degli spalti di Belfiore, il 7 dicembre 1852 spirava, fra gli altri, giustiziato dagli austriaci, un sacerdote quarantenne, reo soltanto d'aver amato la Patria e di aver lottato e sofferto per restituirle la libertà. Quel Sacerdote è un Cannetese di origine, un Goitese d'adozione, è Don Enrico Tazzoli.
Goito intende colmare una grande lacuna ricordandolo alle generazioni presenti e future quale fulgida personificazione degli ideali sublimi di fede e di patria.
In Canneto sull'Oglio nacque Don Enrico Tazzoli il 19 aprile 1812, da Pietro e dalla nobildonna Isabella Arrivabene. Il padre era Avvocato, di sentimenti retti e austeri, di famiglia oriunda dal trentino, ma poi stabilitasi nel mantovano, a Guidizzolo. Fu giudice conciliatore, o giudice di pace, come si diceva allora, di Canneto, dal 1808 al 1812. Il 1812, anno in cui nacque Enrico egli era stato nominato giudice di Goito, dove poi morì a 63 anni il 2 ottobre del 1847. Non fu quindi testimone delle sofferenze del figlio. A Goito, in qualità di giudice di pace, lasciò una impronta duratura fondata sulle basi della giustizia e della carità. Moriva nell'ottobre del 1847 e fu sepolto nel cimitero locale, con imponenti funerali. Della sua tomba non ne rimane traccia, es
sendo scomparso il vecchio cimitero vicino alla chiesa.
Dalle « Memorie autobiografiche » che Don Enrico scrisse nel 1852, a 40 anni, pubblicate a brani dal Cantù nella « Collana di storie e memorie contemporanee », abbiamo le notizie della sua prima gioventù. Sono confessioni dell'anima, scritte poco tempo prima degli avvenimenti di cui fu vittima, nelle quali egli stesso ci fa le confidenze dei suoi giovani anni. In quelle pagine « il candore della sua indole, la santità dei suoi propositi, attingono nuova luce da ogni più trita circostanza ».
Ne riportiamo i tratti più salienti per dimostrare quanto influsso abbia esercitato l'ambiente goitese sulla sua educazione giovanile : "la mia vivacità ingenua, mi fece amato a tutti del paese di Goito, ma fra i miei benevoli, non sarà mai che dimentichi Antonio Venturi : io ero proprio padrone in casa sua. Egli era ansioso di vedermi chierico, ma morì di apoplesia ai 3 di febbraio 1825; la sua morte fu per me una vera perdita. Assai mi amava il vecchio Domenico Menegari e non era mai che io mi recassi al suo negozio di droghiere ch'egli non mi regalasse qualche cosuccia, regali però che non erano le maggiori dimostrazioni di affetto. Anche il buon curato Don Cesare Casali pose a me particolare dilezione e chierico, continua Don Enrico, mi rimasi in Goito dall'epoca della mia vestizione, cioè dalla Pasqua 1825, fino al giorno di Ognissanti di quell'anno".
— Nel novembre 1825 fu condotto a Mantova perchè frequentasse la scuola del seminario; se non che, come esternista, dimorante presso la famiglia Tognetti, trasse poco profitto dagli studi. Fortunatamente il tempo fu breve e fu iscritto per gli studi liceali nel seminario vescovile di Verona, dove abitava il fratello avvocato Silvio. A Goito ritornava ogni anno per le ferie autunnali. Nel novembre 1825, rientrava nel seminario di Mantova per il corso di Teologia e mentre il padre continuava l'attività in Goito, la sua famiglia si ristabiliva in via Torre dello Zucchero, ora Tazzoli.
Il 19 aprile 1835, compiuti con lode non comune gli studi sacri, dopo due anni di attesa, perchè troppo giovane, venne finalmente consacrato Sacerdote.
L'ideale sublime che a Goito gli era brillato nella mente bambina, a Goito, sotto le cure di Don Barosio e di Don Casali che aveva nutrito e accarezzato, era ora consolante realtà.
Le sue doti singolari gli avevano conciliato la simpatia e l'ammirazione più viva della cittadinanza mantovana, ma non quella della polizia austriaca, che teneva d'occhio il giovane Sacerdote, già noto per i suoi sentimenti patriottici.


DON TAZZOLI, CITTADINO, PATRIOTA E MARTIRE

Belfiore, ara di martiri (Carducci)

Il confortatore Luigi Martini, Canonico, Teologo e Rettore del Seminario, in una lettera (20 dicembre 1852) ai Sacerdoti della città e Diocesi di Mantova, scriveva :
« Le parole dell'uomo proferite negli ultimi momenti della sua vita sono sempre rispettabili, e specialmente se riescono istruttive e benefiche... Io sono nel caso. Il Sacerdote Don Enrico Tazzoli, Professore di filosofia e di storia universale in questo Vescovile Seminario, presso a rendere lo spirito a Dio : « Mio Martini — disse — vi prego, non mancate di raccomandare a tutti i Preti, che non s'impiccino menomamente nelle faccende Politiche e che siano più fervidi in chiesa ».
Non c'è dubbio che tanto le parole di Tazzoli come il commento di Mons. Martini richiamano una esigenza di condotta che armonizza con la massima : « Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio ». Non di meno, non ci permettono di offuscare la fulgida aureola che recinse il capo del nostro eroe o di sminuire le sue benemerenze di cittadino. Non intendiamo abusare, come molti hanno fatto, delle parole martirio e martire. Ma è certo che l'amor di Patria è un dovere di religione e quindi la morte per la Patria, incontrata liberamente e per amor di Dio, ha in sè qualche cosa che l'avvicina al martirio. Tale fu la morte di Don Enrico. Egli amava l'Italia; non ne faceva mistero. I suoi genitori gli avevano istillato in cuore questo amore fin dai primi anni : a Goito, poi, per il contatto con pensatori italiani e con l'amico Chierico e poi curato Don Giuseppe Ottonelli aveva nutrito profondi sentimenti per la causa nazionale.
Il 3 gennaio 1850, con parole infuocate di entusiasmo, così parlava dalla cattedra :
« Possa l'Italia riscuotersi dall'inerzia che la intorpidisce e, confidando in se stessa, imparare la santità del sacrificio e l'operosa pratica del dovere ! Riconquisti la Patria nostra la virilità e la purità dei costumi, ed allora, sicura di sè, invincibile da quel lato, essa cesserà di levare inquieta la testa sull'orizzonte, del punto donde ha da venirle salute. Essa avrà salute nella propria fede, e nella risoluzione irremovibile che ognuno dei suoi figli dovrà fare, di morire, occorrendo, per essa : Io spero nell'avvenire !... giovani, liberatevi dalle chimere, dai fantasmi, dai cadaveri che oggi in Italia scimiottano la vita, vivete con tutte le facoltà dell'anima vostra, vivete come Dio comanda, ed allora progrediremo al pari degli altri paesi; siamo fratelli e non delatori, insegnatovi e non padroni, ed allora, allora soltanto, avremo una Patria e non una prigione ».
Queste parole dovevano far breccia negli animi, per cui non si tardò a scendere al concreto, a far formulare chiaramente l'ideale giobertiano di una Confederazione Monarchica Italiana con a capo il Sommo Pontefice. Pensiero supremo era la liberazione della patria. Il 2 novembre, giorno sacro ai trapassati, si scossero i morti, si iniziarono i convegni clandestini nel palazzo dell'esule patrizio mantovano, Marchese Livio Benintendi, in via Chiassi n. 6, presso il suo amministratore Ing. Attilio Mori. Si formò il comitato presieduto da Don Enrico Tazzoli, composto di 21 persone. Segretario era Luigi Castellazzo, figlio del Commissario austriaco di Polizia. Don Enrico Tazzoli ne teneva il registro famoso e la contabilità. Seguirono altri convegni; si discussero numerose proposte, fra le quali il piano di liberare Mantova, ritenuta la chiave d'Italia.
Non mancò la discordia, antica colpa degli Italiani, a dividere il campo, ma Tazzoli fu l'anima e il perno di quei convegni. Banditore di pace, di concordia, di amore, tutto doveva sacrificarsi per raggiungere il nobile fine : nulla gli parve troppo.
Si allacciarono, per mezzo di Giuseppe Finzi, relazioni con Giuseppe Mazzini esule a Londra, si diffusero le cartelle del prestito Mazziniano per raccogliere i fondi necessari. Il Comitato Mantovano si manteneva in contatto con Comitati e Circoli subalterni in Provincia e con Comitati di altre province.
Tazzoli doveva registrare tutti i proventi della vendita delle cartelle del prestito, che venivano introdotte da Londra per la via di Genova, Pavia, Milano, Mantova. Il timbro del Comitato portava i motti : Italia e Roma, Dio e Popolo.
Il registro, che ora si trova nel museo del Risorgimento a Mantova, restituito dall'Austria dopo la guerra del 19154-1918 era intempretato con un cifrario convenzionale, noto soltanto a Tazzoli, a Cervi e Castellazzo. La chiave ne erano le 245 lettere del Pater Noster; e del carteggio con Mazzini il verso dantesco : « Per me si va nella città dolente »..
Il Comitato, oltre la diffusione del prestito e l'incasso relativo, propagandava libri e giornali patriottici, diffondeva proclami che venivano letti con la febbre dell'entusiasmo, ventilava piani strategici più o meno realizzabili, preparava armi per la riscossa, sì che il fremito suscitato per magnetismo di comunione, faceva sperare prossimo l'istante del cimento. La polizia austriaca, però, vegliava e il segreto della congiura, mantenuto per un anno e più incominciò a trapelare per la viltà di qualche affiliato.
I rigori e la sorveglianza si intensificarono. A Goito la polizia chiese le più « ingenue e precise informazioni sotto i rapporti politici e morali » dei seguenti individui : Rocca Giuseppe e Pedrazzini Giuseppe di Solarolo; Pasini Gaspare e Cavalieri Giuseppe di Goito; Nicolini avv. Gianbattista di Brescia; Mutti Bernardo di Guidizzolo; Solferini Don Giovanni di Solarolo.
A Castiglione delle Stiviere in casa di Luigi Pesci viene scoperta una cartella del prestito che il perquisito, tradotto a Mantova, confessò d'aver avuto da Don Ferdinando Bosio, professore del Seminario. Questi a sua volta, canta e rivela sotto la tortura, i membri del Comitato, e primo fra tutti, Don Enrico Tazzoli. Questi, sollecitato a fuggire e a mettersi in salvo, dopo aver egli stesso accompagnato al confine modenese l'Acerbi la settimana precedente, volle invece, eroicamente, rimanere in Mantova.
Era la sera nebbiosa del 27 gennaio 1852. Don Enrico Tazzoli stava conversando amabilmente con i suoi, non nascondendo un triste presentimento, quando la polizia austriaca piomba in casa; il Commissario Filippo Rossi ne sequestra la corrispondenza di Parigi e di Londra e si impossessa del famoso registro, il quale era ordinariamente custodito fuori di casa in via Stabili presso la famiglia Urangia e, in quel giorno fatale, invece, si trovava proprio presso Don Enrico Tazzoli. Quello sgherro ordina l'arresto e i gendarmi traducono il Sacerdote, tra i singhiozzi della madre e dei congiunti, nelle carceri del Castel S. Giorgio.
Non bastano le carceri di Castello; si apre l'orrida muda della Mainolda. La situazione precipita. Il dramma sta per avere un epilogo tragico. Ai detenuti, specialmente ai più cospicui, poteva applicarsi il verso Dantesco : « Lasciate ogni speranza, o voi che entrate ».
In un primo consiglio di guerra, tenuto a Verona il 3 novembre 1852, furono pronunciate 10 sentenze di morte, facendo sperare, ad arte, che sarebbero commutate. Le sentenze di morte poi furono confermate dal Maresciallo Radetzky per i cinque prigionieri : Don Enrico Tazzoli, Scarsellini, Bernardo de Canal, Giovanni Zambelli e Carlo Poma.
I cittadini condannati a morte con sentenza pubblicata il 4 dicembre e da eseguirsi il 7 dicembre 1852, furono condotti dalle carceri di Castel S. Giorgio a quelle di S. Teresa (ora via Mazzini), ove si iniziò il confortatorio. I Sacerdoti assistenti furono cinque: uno per ogni condannato. Fra di essi, naturalmente, non poteva mancare l'angelico Don Luigi Martini, scrittore del Confortatorio. All'alba del 7 dicembre 1852 sul piano di Belfiore sorgevano cinque forche. Il nostro martire esortò i suoi compagni a morire da forti; pregarono mentre si leggeva la sentenza. Cominciò la tremenda esecuzione. Primo di tutti a essere strozzato fu Zambelli, poi Scarsellini, poi Tazzoli, Canal e da ultimo Carlo Poma. Questi eroi, santificati tutti dall'ora suprema, morirono tutti da forti, mandando all'Italia il loro ultimo saluto.

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